Lukaku, Vlahovic e un “giallo” d’autore: il loop del razzismo in Italia
La storia è destinata a ripetersi, magari migliore in alcuni aspetti ma sempre con la sua ossatura fatta di “già visto” e “già detto”. E allora perché perdere energie in giornate celebrative, commemorazioni, ricordi? Perché spendersi “per non dimenticare”, quando l’essere umano appare sempre più un animale parlante, ma con una memoria pessima? Perché è inammissibile trovarsi nel 2023, ad un passo dalle auto volanti e con telefoni con funzionalità sconosciute anche agli sviluppatori, a parlare di razzismo. Lo è ancor di più se ciò si manifesta nel luogo di aggregazione per eccellenza: lo stadio. E diventa quasi comico, se circoscriviamo l’analisi al calcio italiano e a quel loop infinito che non riguarda Vlahovic o Lukaku. Ma tutto il resto si. Dusan Vlahovic, Juventus @livephotosport Allungare i tempi Il problema razzismo negli stadi è antico e apparentemente difficile da estirpare. Si tratta di un retaggio (anti) culturale, favorito da un contesto che ammorbidisce a parole ma demonizza sanzionando la vittima. Assurdo ammonire Vlahovic, assurdo farlo con Lukaku allo Stadium, imbarazzante dover poi ricorrere a decisioni d’ufficio. La grazia concessa dal presidente FIGC Gravina al belga è giusta eticamente parlando, ma impattante in negativo dal punto di vista delle sanzioni. E sembra che si andrà in questa direzione anche con Vlahovic: insulti subiti, ammonizione post-esultanza, scuse ...
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