AIA, che male! Il metodo Corona ha colpito anche gli arbitri

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Dove c’è AIA, c’è gioia: così almeno è ciò che una storica pubblicità vuole farci credere. Ma basta alzarsi da tavola, cambiare il significato dell’acronimo e aver seguito un po’ di calcio da agosto ad oggi per capire una cosa. Non c’è proprio niente da ridere. Risulta difficile anche cominciare un discorso in ordine cronologico, perché la diatriba inerente alla classe arbitrale in Italia è più vecchia del calcio stesso. E allora nel dubbio, non sapendo se è nato prima l’uovo o la gallina, si fa spettacolo e si decide che parlare di fronte alle telecamere è la cosa più sensata. Arbitro a Le Iene @Twitter Il sospetto tanto amato Peccato, però, che la figura incappucciata incaricata di svelare a Le Iene il marcio, a suo dire, dell’AIA guidata da Rocchi non porti con sé evidenze, ma solo sensazioni. La prima discrepanza è nella non trasparenza della confessione poiché, seppur autodichiaratosi arbitro e gaudente della fiducia indiscussa del popolo della tv, è pur sempre una figura “oscura” a parlare. Poi, viene giù il mondo: dal VAR funzionante a targhe alterne alla mancanza di uniformità della valutazione dei commissari, che influiscono sulla carriera più o meno prestigiosa di un arbitro. Che vi sia inadeguatezza in campo e al VAR non lo scopre di certo il Robin Hood in primo piano su Italia 1: di errori se ne parla a iosa, in ogni studio televisivo, e siamo tutti d’accordo nel ...



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