Di Bello c’è poco: Rocchi, questione di ossessioni
Non sveliamo nulla di trascendentale nel rivelare che anche gli arbitri, come tecnici e giocatori, hanno l’abitudine di rivedere il proprio operato. Ciò al fine di analizzarlo, di incassare complimenti o essere redarguiti per qualche errore. E allora risulta abbastanza complicato immaginare il sorriso di Marco Di Bello dopo Lazio-Milan, visto che ciò che è accaduto all’Olimpico ha fatto talmente rumore che quasi nessuno si è accorto dell’ennesimo gol decisivo da subentrato di Okafor. Precedenza al calcio giocato, sempre. Ma oggi è complesso rendere tale pensiero esclusivo, poiché le problematiche emerse dalla direzione del fischietto di Brindisi non sono – soltanto – di applicazione del regolamento, ma di gestione della partita. Ad un certo punto, Lazio-Milan era scappata di mano persino a chi era a bordocampo, tanta era la confusione che ha apportato la distribuzione scellerata dei cartellini, unita ad un’indisponenza rara persino per la categoria più “permalosa” del gioco del calcio. Alt, sia ben chiara una cosa: l’arbitro è da solo contro 22 persone, ciò aumenta la pressione sul singolo e predispone all’errore con maggior facilità. Ma come si pretende un livello alto da chi calcia il pallone ogni domenica, spesso ci si dimentica di pretenderlo da chi stabilisce la regolarità di quell’atto. O di qualsiasi altra dinamica di campo, come un gioco che andava interrotto, norma insegna, sull’ormai celebre episodio Pellegrini-Pulisic che ha portato all’espulsione del difensore. Di Bello Di Bello, danno e beffa Forse la fotografia della gestione sconsiderata ...
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