Fabio Caressa in ESCLUSIVA: “Champions? Le italiane possono passare. Vi racconto il mio libro”

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“Grazie, Signore, che ci hai dato il calcio”. Con queste parole che si stagliano nel cielo azzurro di Wembley, Fabio Caressa incornicia la vittoria della Nazionale di Roberto Mancini ad Euro 2020. Davanti a 60 milioni di italiani, la voce calcistica più celebre della Penisola, esplode in un grido che racchiude oltre trent’anni di passione, professionalità ed emozione, declinate a mo’ di telecronache. Il tutto a servizio del pallone. Oggi, quella frase che urlata a pieni polmoni ha accompagnato il rigore decisivo parato da “Gigio” Donnarumma, è divenuta il titolo dell’ultima fatica letteraria del giornalista classe ‘67. Nel libro, prefazionato dal collega e amico Beppe Bergomi, Caressa ha voluto raccontare la poesia dello sport più amato nel nostro Paese. Una lettura attraverso il mondo della telecronaca, guidata da una serie di aneddoti che l’hanno visto protagonista. Ai microfoni di FootballNews24 abbiamo avuto il piacere di intervistare in ESCLUSIVA Fabio Caressa. Oltre che dello stesso libro, siamo andati a discutere della vittoria del Milan contro il Tottenham e dei prossimi impegni di Inter e Napoli. Infine, ci siamo focalizzati su “The Dark Side of the Ball”: il primo format web che unisce lo sport alla cronaca nera, in uscita sul suo canale YouTube. Caressa Fabio Caressa: “Vi racconto Grazie, Signore, che ci hai dato il calcio” Buongiorno Fabio, iniziamo dal principio. Quando hai deciso di scrivere ‘Grazie, Signore, che ci hai dato il calcio’?  “L’ho fatto perché, ti dico la verità, mi ha contattato Mondadori e mi ha chiesto di scrivere un libro lasciandomi abbastanza libero sulla tematica. E allora ho deciso di scrivere in termini se possibile divertenti la mia avventura in tutti questi anni di telecronache, che coincide tra l’altro con la mia amicizia con Beppe Bergomi”.  “Ho deciso di riassumere questi ultimi 23 anni di carriera. Avevo già scritto un libro che riassumeva la carriera precedente fino al 2006. Si chiamava ‘Andiamo a Berlino’. E allora ho pensato ...



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